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Minerva Web
Rivista online della Biblioteca "Giovanni Spadolini"
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 70 (Nuova Serie), novembre 2022

Presentazione del volume di Pierpaolo Ianni, L'arduo cammino della coscienza. Saluto del Presidente Gianni Marilotti. Sala Capitolare, 29 settembre 2022

La XVIII legislatura si è ormai conclusa, e con essa anche il mandato della Commissione per la biblioteca e l'archivio storico del Senato presieduta dal sen. Gianni Marilotti. In attesa dell'insediamento della nuova Commissione, "MinervaWeb" continua a dare risalto alle attività portate avanti negli ultimi mesi; in questo numero pertanto proponiamo la segnalazione di alcune novità editoriali (nella rubrica "Volumi pubblicati dalla Biblioteca") e l'intervento pronunciato dal presidente Marilotti in Sala Capitolare a fine settembre, in occasione della presentazione del libro di Pierpaolo Ianni, L'arduo cammino della coscienza. L'opposizione al regime nel Senato del Regno e il giuramento del 1931, Bologna, Il Mulino, 2022.

L'autore della pubblicazione, come ricordato dal presidente Marilotti nel suo discorso, ha lavorato con la Commissione e ha svolto parte delle sue ricerche sia presso la biblioteca che presso l'Archivio storico del Senato. A questo proposito, ci fa piacere evidenziare come la documentazione stessa della biblioteca sia stata una fonte utile a ricostruire alcuni snodi storici: ad esempio, le lettere inviate nell'autunno 1931 dal senatore Francesco Ruffini al bibliotecario del Senato Corrado Chelazzi, custodite tra le carte d'archivio e riprodotte nell'apparato documentario del volume, testimoniano le cautele di un parlamentare dissidente nel sondare le intenzioni del governo; viene ricordato anche il precedente direttore della biblioteca, Fortunato Pintor, il cui collocamento a riposo nel 1929 fu influenzato da motivi politici. (Per approfondimenti rinviamo all'articolo Il ruolo del Bibliotecario del Senato nella corrispondenza con i senatori (1915-1918) apparso in "MinervaWeb" n. 23, n.s., ottobre 2014).

Molti altri aspetti della ricerca di Pierpaolo Ianni sono presentati dal sen. Marilotti nel testo che qui riportiamo; cogliamo l'occasione per ringraziarlo per questo suo contributo ma anche per l'intensa attività dei quattro anni appena trascorsi.

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Saluto i convenuti e i relatori di questa importante iniziativa che si tiene a conclusione del mio mandato come presidente della Commissione per la biblioteca e l'archivio storico del Senato. Sono molto lieto - anzi direi felice - che si presenti nella Sala Capitolare della Biblioteca del Senato questo bellissimo libro di Pierpaolo Ianni L'arduo cammino della coscienza, un lavoro che io ho visto nascere e crescere negli anni per me felici - ma credo anche per Pierpaolo - in cui l'autore aveva il ruolo di responsabile della segreteria della Presidenza della Commissione per la biblioteca e l'archivio storico, e con il quale Ianni abbiamo organizzato parecchie iniziative molto interessanti.

Questa ricerca Pierpaolo l'ha portata avanti presso l'Archivio storico del Senato con l'esame della documentazione relativa a quei personaggi, a quelle figure importanti ma un po' trascurate - non sempre considerate di prima fila - nella battaglia per la democrazia nel nostro Paese.

Questo libro - come dice appunto il sottotitolo L'opposizione al regime nel Senato del Regno e il giuramento del 1931 - era stato pensato come un momento qualificante della Commissione da me presieduta e inserito all'interno del piano editoriale triennale presentato nel 2019, che purtroppo non ha completato l'iter di approvazione da parte del Consiglio di Presidenza del Senato. Nonostante il rammarico per la mancata pubblicazione all'interno delle nostre collane, sono lieto che una casa editrice prestigiosa come il Mulino l'abbia giudicato meritevole di attenzione e pubblicato con una significativa prefazione della senatrice a vita Liliana Segre.

Il lavoro di Ianni affronta un periodo molto importante e molto delicato della nostra storia, quello che, in seguito alla marcia su Roma e all'incarico ottenuto da Mussolini come Primo ministro, si suole considerare come il processo di fascistizzazione dello Stato, espressivo del bisogno del Partito nazionale fascista di trasformare il suo potere in regime. Ciò avviene in tutti i settori (a livello sociale, a livello culturale, a livello istituzionale) e in modo particolare nelle istituzioni, dalla polizia all'esercito, dalla magistratura al Parlamento. Se fu relativamente facile per Mussolini (dopo la riforma della legge elettorale Acerbo e le elezioni del 1924) fascistizzare la Camera dei deputati con una maggioranza di due terzi, molti dei quali deputati squadristi e assassini, più difficile risultava normalizzare o fascistizzare la Camera alta, sottraendola alle guarentigie regie che ancora esistevano in quanto non solo il Senato era di nomina regia, ma rappresentava - insieme alla monarchia - quel tanto di unità nazionale messa in crisi dalle vicende belliche e dell'immediato dopoguerra caratterizzato da un durissimo scontro sociale e politico, come il biennio rosso o l'impresa dannunziana di Fiume.

In che modo intervennero Mussolini e i suoi principali collaboratori per normalizzare il Senato? Pierpaolo Ianni documenta la gradualità dell'intervento necessaria a non entrare in urto con la monarchia. Si va dalla Commissione senatoria dei 18, presieduta da Giovanni Gentile, con il compito di preparare la riforma costituzionale, alla nascita dell'Unione Nazionale del Senato (UNS), presieduta dal senatore Matteo Mazziotti, col compito di controllare e monitorare l'attività della Camera Alta; dall'uso strumentale dell'articolo 33 dello Statuto Albertino alla politica delle 'infornate' che - dalla marcia su Roma al 1943 - porterà 594 nuovi senatori a Palazzo Madama, la maggior parte dei quali vantava come titoli 'scientifici' i servizi prestati al Partito nazionale fascista. La logica conclusione sarà la trasformazione dell'UNS in UNFS (Unione Nazionale Fascista del Senato): dei 118 membri dell'UNS del 1925 solo 44 erano iscritti al partito fascista; alla fine del ventennio dell'UNFS faranno parte solo fascisti, tranne qualche sparuto irriducibile.

Questa fu una strada seguita dal fascismo per mutare il tono e il senso del Senato regio asservendolo alle logiche del regime. Contemporaneamente si operò attraverso altri atteggiamenti, pressioni e minacce verso la classe intellettuale: pressioni che alla fine si conclusero con l'imposizione di un giuramento di fedeltà al fascismo cui veniva fatto obbligo ai docenti universitari, dall'articolo 18 della riforma della istruzione superiore. Questo giuramento - come documenta Pierpaolo Ianni - venne rifiutato soltanto da dodici docenti. Questi nomi vanno ricordati, perché non fu facile opporsi al regime fascista e le condotte tenute da senatori, oppure da professori universitari, furono molto diversificate; ad esempio Vittorio Emanuele Orlando - ex Presidente del Consiglio - scelse la strada del prepensionamento per sottrarsi all'obbligo di giuramento, mantenendo però la sua presenza all'Università fino a quando la biblioteca Alessandrina ebbe sede al palazzo della Sapienza, quindi senza che niente gli succedesse; o Concetto Marchesi che giurò adducendo che fosse un'indicazione del partito comunista di cui faceva parte. Per svicolare da conseguenze serie a qualcuno bastava - era bastato - non votare la sfiducia: di questo noi dobbiamo parlare. Dobbiamo dirlo e al contempo dobbiamo esaltare le figure importanti che sono da nominare tutte quante: Ernesto Buonaiuti, Mario Carrara, Gaetano De Sanctis, Giorgio Levi Della Vida, Giorgio Errera, Fabio Luzzatto, Piero Martinetti, Bartolo Nigrisoli, Edoardo e Francesco Ruffini, Lionello Venturi, Vito Volterra. 1225 erano i professori universitari in servizio, 1133 hanno firmato; 81 erano momentaneamente assenti per congedo, malattia o altro; solo 12 appunto si rifiutarono. A questi eroi va il riconoscimento imperituro di tutti gli amanti della democrazia e della libertà. E con questo libro - un libro per certi versi anche commovente per le storie che racconta - in particolare l'autore prende in esame alcune figure estremamente significative, come appunto Vito Volterra, Francesco Ruffini, Nino Tamassia e Gaetano De Sanctis.

Mussolini affermava che in Italia non c'era posto per gli antifascisti ma solo per i fascisti e per gli a-fascisti «quando essi siano cittadini probi ed esemplari», cioè si ritirino dalla vita politica, rinuncino da un impegno civile, si dedichino alle loro faccende, non rubino, non ammazzino e così via. Ecco, questa era la concezione della democrazia di Mussolini: sappiamo che la negava in pieno, ed è per questo che certi convegni che tengono viva la memoria, certe presentazioni di libri come questo, sono ancora oggi fondamentali.

Voglio in conclusione ricordare la figura di Piero Martinetti, di cui pure ci parla Pierpaolo Ianni. Martinetti, professore di Filosofia teoretica alla Statale di Milano, è stato l'unico filosofo che rifiutò il giuramento al fascismo perché contrario alla sua coscienza morale, oltre che alla libera docenza. Tuttavia, per non lasciare i giovani studenti in balia dell'indottrinamento fascista, esortò il suo allievo prediletto, Antonio Banfi, a subentrargli nell'insegnamento alla Statale. Banfi, già noto in Europa come il 'Cassirer italiano', aveva certamente i titoli per vincere il concorso, ma era riluttante a prestarsi al giuramento. Ma spinto anche dalla moglie che aspettava il primo figlio, alla fine acconsentì e iniziò il suo magistero negli anni del consenso al fascismo portando delle novità che avrebbero dato i frutti negli anni della lotta partigiana e del post fascismo. Dalla 'scuola di Milano', dominata dalla personalità di Banfi, uscirono uomini come Enzo Paci, Dino Formaggio, Giulio Preti, Remo Cantoni, Luigi Rognoni, Antonio Pozzi, Vittorio Sereni, Daria Menicanti, Maria Corti, una straordinaria generazione di intellettuali che hanno innervato il pensiero filosofico italiano; o Rossana Rossanda e Aldo Tortorella, politici di prima grandezza. Nell'allevare criticamente questa generazione di nuovi intellettuali, si conferma la validità di quanto aveva acutamente intuito Martinetti nel convincere Banfi a prendere servizio nell'ateneo milanese, sottraendo dei giovani studenti alla propaganda dell'educazione fascista.

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