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Il Presidente: Discorsi

Sul 90° anniversario della morte di Giacomo Matteotti

Intervento del Presidente del Senato, Pietro Grasso, nell'Aula di Palazzo Madama

Onorevoli colleghi, il 10 giugno 1924 cadeva per violenza fascista Giacomo Matteotti, caricato a forza su un'automobile sul lungotevere Arnaldo da Brescia dopo essere stato tramortito. Il cadavere del giovane deputato socialista venne ritrovato solo due mesi dopo, lungo la via Flaminia, in località Quartarella, in una fossa scavata in una fitta boscaglia.
Il 20 agosto le spoglie vennero trasportate via treno a Fratta Polesine, suo luogo natio, accompagnate lungo il percorso da un enorme tributo popolare.

Grande fu l'impressione che l'uccisione di Matteotti suscitò in tutto il Paese per l'efferatezza del gesto e per il fatto che lo stesso fosse riconducibile direttamente a Mussolini.
A quasi un secolo dalla sua morte, Giacomo Matteotti non rappresenta soltanto l'espressione più alta e la vittima più nota e ricordata di una stagione tragica della nostra storia, ma è divenuto patrimonio di tutti, nella misura in cui la sua vita e la sua morte, le sue idee, i suoi valori, le sue speranze fanno ormai parte della comune coscienza nazionale.

Ricordiamo Giacomo Matteotti per la sua inesauribile attività di deputato, pubblicista, avvocato, scrittore di testi politici, intransigente antifascista.
Si iscrisse al Partito socialista italiano per l'ideale di generosità e di difesa dei più deboli. Nell'ultimo scorcio del 1910 fu tra i protagonisti della vita politica di Rovigo, arrivando a ricoprire contemporaneamente la carica di sindaco di Villamarzana e di consigliere di diversi altri Comuni della zona.

Fu tra i più strenui avversari della guerra libica, tanto che nel congresso del Partito socialista che si tenne a Reggio Emilia nel 1912 prese le distanze dall'area socialriformista turatiana, esitante nel condannare l'impresa, e si avvicinò ai massimalisti.
La prima occasione in cui il giovane Matteotti si trovò ad affrontare Mussolini fu al congresso socialista di Ancona del 1914, dove entrambi presentarono due distinte mozioni sull'incompatibilità della doppia iscrizione al PSI e alla massoneria. Le posizioni divennero ancor più inconciliabili allo scoppio della Prima guerra mondiale, laddove Matteotti, coerente antimilitarista, si schierò senza mezzi termini contro le posizioni interventiste di Mussolini, giungendo ad auspicare, nel caso dell'ingresso in guerra dell'Italia, l'insurrezione popolare. Richiamato alle armi, fu assegnato a un reggimento di artiglieria di campagna di stanza a Verona, ma, ritenuto «un pervicace, violento agitatore, capace di nuocere in ogni occasione agli interessi nazionali» fu internato a Campo Inglese, località della Sicilia orientale.

Congedato nel 1919, riprese il suo posto nelle file del movimento socialista e, nel congresso che si tenne a Bologna nello stesso anno, rappresentò le posizioni di un riformismo coerente, basato sul primato delle organizzazioni sindacali di classe, sulla sovrastruttura partitica, sulla capacità del partito di indirizzare le lotte economiche verso la conquista del socialismo.
Nelle elezioni politiche del novembre 1919 fu eletto per la prima volta deputato per il collegio di Rovigo e Ferrara, e durante il biennio rosso fu costantemente impegnato a dirigere le lotte bracciantili e contadine per il rinnovo dei patti agrari e a fronteggiare il nascente squadrismo padano. Fu presente alla prima giornata del congresso del PSI del 1921 a Livorno, dove si consumò la scissione che dette poi origine al Partito comunista d'Italia; tuttavia lasciò anzitempo l'assise livornese per raggiungere Ferrara, dove, a seguito dei sanguinosi fatti di Castello Estense, era stato arrestato tutto il gruppo dirigente della federazione socialista.

Matteotti non tardò a comprendere il pericolo che per le organizzazioni operaie rappresentava il nascente movimento fascista. Tuttavia, tendeva a spiegare l'affermarsi del fascismo come reazione alle importanti conquiste ottenute attraverso le grandi lotte contadine del 1919 e del 1920. Il fascismo era quindi, a suo parere, la risposta violenta della borghesia agraria ai propri interessi lesi dai nuovi patti agrari. Le sue frequenti e coraggiose denunce delle violenze squadriste lo resero un dirigente popolare, consegnandolo nel contempo all'odio del radicalismo e dello squadrismo fascista.
Il 12 marzo 1921 subì una prima gravissima violenza dai fascisti di Castelguglielmo. Sebbene messo al bando dalle organizzazioni fasciste polesane, partecipò comunque attivamente alla campagna per le elezioni politiche del maggio 1921, riuscendo eletto nel collegio Padova-Rovigo.

L'offensiva fascista accelerò la crisi interna del PSI e al congresso di Roma dell'ottobre 1922 la corrente riformista si staccò e dette vita al Partito socialista unitario. Matteotti venne chiamato a ricoprire il ruolo di segretario, quale figura emergente dell'ala riformista del PSI.
Nella sua nuova carica condusse una lotta su due fronti: verso l'esterno contro il fascismo, e verso l'interno contro le tendenze collaborazioniste manifestate nei confronti del Governo Mussolini da alcuni settori del PSU. Matteotti le considerava come due momenti di una stessa strategia: era infatti convinto che quanto più fosse riuscito a far risaltare il carattere reazionario e antioperaio del fascismo tanto più difficile sarebbe risultata la manovra dei collaborazionisti di aggancio al Ministero Mussolini.

Il periodo che va dagli inizi del 1923 fino alla sua tragica morte è quello più drammatico della vita politica di Matteotti. L'impegno in una logorante attività politica che mettesse in evidenza l'antitesi inconciliabile tra fascismo e forze democratiche, il carattere violento e totalitario del fascismo della provincia, fino alle manifestazioni più torbide e brutali, lo esposero personalmente alle prevedibili rappresaglie. Fu proprio da questa straordinaria onestà intellettuale che scaturì lo scritto «Un anno di dominazione fascista» (Roma 1924), opuscolo con cui Matteotti intendeva porre in risalto il carattere sostanzialmente antiproletario dei primi provvedimenti del Governo fascista e che lo mise definitivamente in contrasto con Baldesi, rappresentante della componente di destra della Confederazione generale del lavoro, e con lo stesso Turati, il quale più volte rimproverò a Matteotti la sua «ostilità preconcetta» nei confronti del dirigente sindacale.

La sua coerenza si tradusse in intransigenza verso il fascismo. Tra il 1923 e i primi mesi del 1924 i suoi viaggi all'estero si fecero più frequenti: da ultimo si recò a Parigi e a Berlino per incontrare alcuni esponenti della socialdemocrazia tedesca, ma dopo quel viaggio il Governo fascista gli ritirò il passaporto e vani furono tutti i suoi tentativi di riottenerlo.
Prima che s'inaugurasse la nuova legislatura, nel periodo di chiusura del Parlamento, Matteotti riprese a recarsi all'estero. Privo com'era del passaporto, si vide costretto a varcare la frontiera clandestinamente. Nell'aprile del 1924 si recò a Bruxelles per partecipare al Congresso del partito operaio. Tra il 21 e il 22 aprile raggiunse in gran segreto l'Inghilterra, e a Londra ebbe una serie di incontri con i dirigenti del partito laburista e con alcuni membri del Governo.

Il 6 aprile 1924 si svolsero le nuove elezioni politiche, con l'applicazione per la prima volta della legge Acerbo, approvata il 18 novembre 1923. Il disegno di legge, presentato dall'allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo, prevedeva di modificare il proporzionale in vigore da quattro anni, integrandolo con un premio di maggioranza, che sarebbe scattato in favore del partito più votato che avesse superato il quorum del 25 per cento, aggiudicandosi in tal modo i due terzi dei seggi in tutte le circoscrizioni.
Alle consultazioni parteciparono 23 liste. Il listone di Mussolini ottenne il 64,9 per cento dei voti e si aggiudicò il premio di maggioranza e ben 374 seggi in Parlamento su 535 disponibili. Tra le altre liste, il PSU ottenne il 5,90 per cento dei voti e 24 seggi.

Le elezioni si svolsero in un clima di tensione e di violenza ad opera delle squadre fasciste che questa volta si rivolsero non solo verso i partiti considerati da sempre sovversivi, ma anche verso i popolari, scatenando le riprovazioni della Santa Sede. Ovunque si registrarono accuse di brogli, in particolare a seguito dei sorprendenti risultati elettorali.
Matteotti rientrò in Italia il 30 aprile 1924. Era ormai imminente l'apertura della XXVII legislatura, che per l'opposizione si presentava particolarmente difficile. A Matteotti era stato affidato l'incarico d'illustrare le posizioni del Gruppo parlamentare del PSU nella seduta del 30 maggio, in cui si sarebbero discusse, a seguito delle elezioni politiche del 6 aprile, la verifica dei poteri e le proposte della Giunta delle elezioni.

Fu durante questa giornata che si vissero i momenti di più profonda tensione, quando la Giunta delle elezioni propose la convalida in blocco degli eletti della maggioranza. Su tale proposta intervenne il giovane deputato socialista che, dopo aver manifestato il suo dissenso per una prassi del tutto inusuale nella storia parlamentare, richiese, al contrario, l'invalidazione in blocco degli eletti, motivandola con l'irregolarità dello svolgimento delle elezioni, costellate dalle violenze dello squadrismo fascista ai danni dei candidati dell'opposizione.

In quest'occasione Matteotti pronunciò il suo ultimo discorso alla Camera, un discorso che, tra l'altro, rappresenta il suo impegno civico e morale. In esso l'autore accusò esplicitamente il regime fascista di violenze, intimidazioni e frodi, sia nei corso della campagna elettorale, sia durante le operazioni di voto ai seggi. L'intervento si svolse in un'atmosfera rissosa, caratterizzata da attacchi ad personam ad opera dei principali esponenti fascisti, a partire da Roberto Farinacci. Matteotti proseguì ugualmente, apostrofando spesso con ironia le accuse e le invettive dei fascisti. E in tale circostanza, uscendo dalla Camera, al deputato unitario Cosattini che lo accompagnava, Matteotti disse: «Ora preparatevi a fare la mia commemorazione».

Fedele al suo programma di non dare respiro al Governo fascista, Matteotti, il 5 giugno, portò la sua offensiva in seno alla Giunta generale del bilancio. Si doveva discutere il disegno di legge che autorizzava il Governo all'esercizio provvisorio del bilancio. L'analisi delle cifre consentì a Matteotti di concludere che il bilancio ufficiale presentato dal Governo alcuni giorni prima al Parlamento e al Sovrano e che prevedeva il pareggio fosse falso, mentre il bilancio vero faceva registrare un disavanzo di due miliardi.
L'11 giugno, alla riapertura della Camera, si sarebbe discusso l'esercizio provvisorio e sin dall'8 giugno i quotidiani avevano iniziato a pubblicare la lista dei deputati iscritti a parlare sull'esercizio provvisorio: tra questi, anche il nome di Matteotti.

Il discorso venne preparato con grande impegno. Chiunque lo cercasse in quei giorni era certo di poterlo trovare in una sala riservata della biblioteca della Camera, davanti a documenti, libri e ritagli di giornale. Le sue giornate erano scandite da lunghe permanenze alla biblioteca, che Matteotti raggiungeva nel primo pomeriggio e che lasciava verso sera per rientrare a casa. S'era fatta quindi strada in alcuni dei suoi colleghi l'idea che egli stesse preparando un discorso molto forte, ma, come è noto, Matteotti non giunse mai a pronunciare quel discorso, stroncato dalla violenza fascista proprio alla vigilia di quell'intervento che in molti, troppi, temevano come rivelatore dei gravi casi di corruzione di cui si sarebbero resi responsabili Mussolini stesso e alcuni tra i principali gerarchi fascisti.

Giacomo Matteotti rimane un punto di riferimento della nostra storia, una luce che dal passato continua a illuminare il nostro presente e, per più ragioni, ad orientare il nostro futuro, una figura che può parlare a tutti e che per tutti, oggi, può rappresentare un messaggio di speranza e di progresso.
La sua vita e la sua morte costituiscono ancora una lezione di intransigenza e di onestà, insieme a quella dei molti altri che nel momento più buio sacrificarono tutto per la libertà, come Giovanni Amendola, Piero Gobetti e don Giovanni Minzoni.
La sua storia è la testimonianza credibile e autorevole in difesa della libertà e del Parlamento. Il Parlamento era ed è il luogo della rappresentanza, il luogo in cui il Paese deve trovare la sua sintesi, il luogo, per usare le sue parole, in cui le plebi italiane, le plebi agricole, dovevano cessare di essere plebi e diventare popolo, consapevole, maturo e arbitro del proprio destino.

La libertà del popolo è il fondamento della Nazione e della sua identità, per le quali lottare non è un'opzione, ma un dovere morale radicato nel senso della giustizia.
Onorevoli colleghi, in ricordo di Giacomo Matteotti, invito l'Assemblea a rispettare un minuto di silenzio e di raccoglimento.



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