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Il Presidente: Discorsi

Seminario "Fermare la violenza contro le donne. Insieme si può fare"

Intervento del Presidente del Senato, Pietro Grasso, nella Sala Capitolare del Senato

Presidente Boldrini, Presidente Puglisi, Autorità, Gentili Ospiti,
è con grande piacere che apro i lavori di questo seminario voluto dalla "Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere" e che vede la partecipazione di parlamentari, magistrati, docenti universitari, rappresentanti del volontariato e delle organizzazioni internazionali.
E' un tema che tutti noi vorremmo appartenesse al passato ma, purtroppo, non è così, e i dati esposti ieri dal ministro Orlando proprio in Commissione lo confermano. La cronaca è tristemente colma di storie dove uomini di tutte le età usano la violenza, nelle sue diverse forme, contro le donne. L'ho già detto in passato ma ci tengo a ribadirlo: tutto ciò che limita una donna nella sua identità e libertà è una violenza di genere. Quello che desta ancor più allarme è che per ogni storia di cui abbiamo notizia ce ne sono molte altre dove il dolore e la violenza vengono avvolti dal silenzio, dalla vergogna, dall'impunità.
Dobbiamo riconoscere che siamo indietro anche sotto un profilo culturale e sociale: denunciare una violenza non è facile, c'è la drammatica tentazione di rimuovere interamente quanto accaduto, di non parlarne per colpa degli effetti pubblici e sociali di una denuncia, che spesso sono a carico più delle vittime che dei carnefici. Anche i più recenti casi di cronaca confermano infatti che davanti ad una denuncia non scatta una unanime solidarietà: le parole di una donna, le sue azioni, vengono soppesate quasi a cercare una giustificazione della violenza subita o, peggio ancora, una colpa o addirittura una convenienza nel tacere o nel denunciare dopo tempo. Bisogna lavorare moltissimo su questo aspetto, creare le condizioni perché ciascuna ragazza o donna che sia stata maltrattata, offesa, molestata venga aiutata e sostenuta, non criminalizzata.
I media possono fare molto per cambiare le cose, soprattutto nel modo attraverso il quale raccontano queste vicende così delicate. La vita, la morte, il dolore di queste donne è enorme e drammaticamente reale: ci vuole rispetto della complessità delle situazioni e della terribile sofferenza subita. Spesso quando si raccontano questi fatti si usano parole sbagliate: "amore disperato", "raptus di gelosia", "ha ucciso l'amore della sua vita", si finisce quasi per ammantare queste storie di un romanticismo esasperato che non c'è: sono atti violenti, chi li commette è un criminale e non un povero innamorato ferito o non corrisposto.
Mi colpirono molto le parole che Noemi usò nel suo ultimo post di Facebook prima che la sua vita fosse spezzata dal suo fidanzato. Ne cito alcune:

"Non è amore se ti fa male. Non è amore se ti controlla. Non è amore se ti fa paura di essere quello che sei. Non è amore, se ti picchia. Non è amore se ti umilia. Non è amore se ti proibisce di indossare i vestiti che ti piace. Non è amore se non rispetta la tua volontà. Non è amore se ti impedisce di studiare o di lavorare. Non è amore se ti tradisce. Non è amore, se colpisce i tuoi figli. Il nome è abuso. E tu meriti l'amore. Molto amore."

Sono parole semplici, dirette, impossibili da fraintendere e che devono farci riflettere anche e soprattutto rispetto al cuore del problema, che è di ordine culturale. Stiamo - finalmente - mettendo in discussione i nostri antichi modelli di riferimento e, in questo senso, la scuola ha un ruolo decisivo nell'insegnare fin dalla più tenera età che non esiste scusante, non ci sono eccezioni, alibi o giustificazioni a comportamenti che violano la libertà di una donna.
Stiamo abbandonando una cultura che prevedeva ruoli fissi e immutabili, ma nel profondo ci sono ancora degli stereotipi e delle gabbie che vanno sradicati. Liberarci da questi pregiudizi è un lavoro lungo, che ci coinvolge tutti e che investe principalmente gli uomini.
Dobbiamo sentirci tutti partecipi di questo cambiamento, come uomini ma anche come padri, nonni, fratelli, amici. Passare dalla cultura del possesso a quella del rispetto, come prima cosa.
Della violenza sulle donne non devono dunque parlare "anche" gli uomini ma "soprattutto" gli uomini. Troppo a lungo si è sbagliato approccio: per anni abbiamo lasciato le donne da sole a combattere questa battaglia di civiltà. Per questo, personalmente, sostengo da tempo con convinzione la campagna internazionale "he for she" e quella lanciata dalla 27esima ora, "da uomo a uomo". Per questo ho chiesto "scusa" a nome degli uomini al Tg1, e dal tono dei messaggi ricevuti - molti uomini mi hanno scritto facendomi notare che non avevano fatto nulla di male, non capendo il senso delle mie parole - mi sono convinto con ancor più forza che solo se noi uomini saremo capaci di cambiare allora le cose cambieranno.
Concludo. Le istituzioni hanno i loro doveri, le loro responsabilità, c'è molto da fare. Ci sono segnali incoraggianti, alcuni di essi compiuti proprio in questa Legislatura; c'è il prezioso lavoro che svolge la Commissione, del quale ringrazio ogni suo componente. Le leggi ci sono, e sono anche molto dure: semmai c'è un problema di tempestività e coordinamento, ma le cose stanno cambiando, in meglio, molto in fretta. C'è lo straordinario lavoro che carabinieri, magistrati, forze di polizia, medici, psicologi fanno ogni giorno per sventare decine di altre situazioni. È soprattutto grazie a loro se il numero degli episodi di violenza di genere sta diminuendo in questi anni; a loro bisogna riconoscere una dedizione e un impegno eccezionali, per cui bisogna ringraziarli. Sul tema degli orfani di femminicidio assicuro il mio impegno per una rapida calendarizzazione.
Oltre ai numeri ci sono le persone: anche un solo episodio è di troppo, quindi dobbiamo continuare senza sosta a parlarne per cambiare i comportamenti sbagliati sin da subito. Abbiamo fatto degli enormi passi in avanti ma siamo ancora molto distanti dalla meta.
Grazie a tutti e buon lavoro.



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