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Minerva Web
Bimestrale della Biblioteca 'Giovanni Spadolini'
A cura del Settore orientamento e informazioni bibliografiche
n. 57 (Nuova Serie), giugno 2020

Ferdinando Petruccelli della Gattina

Abstract

Autore de I moribondi del Palazzo Carignano che fonda di fatto la tradizione del romanzo parlamentare, Ferdinando Petruccelli della Gattina attraversa da protagonista l'intero arco del Risorgimento italiano: da giornalista e corrispondente per quotidiani stranieri a membro del Parlamento non rinuncia mai a manifestare le proprie idee.

Nella redazione di questo articolo, avvenuta nel periodo dell'emergenza COVID-19 che ha determinato la chiusura della Biblioteca, abbiamo utilizzato più che in altre occasioni le risorse online: ne diamo conto nella bibliografia allegata a questo articolo.

1. Cenni biografici

2. Petruccelli in Parlamento

3. I moribondi del Palazzo Carignano

4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

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1. Cenni biografici

Nato il 28 agosto 1815 a Moliterno, in provincia di Potenza, da Luigi e Maria Antonia Piccininni, di origini nobili (da cui prese l'aggiunta del cognome 'della Gattina'), Ferdinando Petruccelli frequenta sin da piccolo ambienti religiosi: dapprima affidato alla nonna paterna, molto credente, poi in vari istituti, tra cui il seminario di Pozzuoli da cui viene cacciato per indisciplina, finendo gli studi presso i gesuiti.

Si laurea nel 1836 in medicina all'Università di Napoli: il nonno, il padre e lo zio erano infatti medici; il padre iscritto alla Carboneria e lo zio, medico di Gioacchino Murat, tra i fondatori delle prime logge massoniche in Basilicata.

Ferdinando però non ha alcuna intenzione di esercitare la professione: forte infatti è in lui la vocazione alla scrittura, testimoniata anche dalla frequentazione delle lezioni del marchese Basilio Puoti, insieme a Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis. Intensa è in quegli anni l'attività pubblicistica: collabora con il "Salvator Rosa", l'"Omnibus" e "Il Caffè del Molo".

Nel 1840 parte come corrispondente per Inghilterra, Francia e Germania, entrando in contatto con Charles Darwin e Pierre-Joseph Proudhon, e inviando articoli a diverse riviste, tra le quali "Il Raccoglitore fiorentino", giornale di letteratura e teatro.

Nel 1845 pubblica a Napoli nella tipografia Seguin il suo primo libro, Malina. Storia napoletana del secolo XIV, romanzo di ispirazione gotica, cui segue nel 1847 Ildebrando. Cronache del secolo XI (Parigi, Baudry) critica al potere temporale dei papi, rielaborato per l'editore milanese Daelli nel 1864 con il titolo Il re dei re. Convoglio diretto nell'XI secolo.

Nel 1848 Petruccelli è tra i redattori del "Mondo vecchio e mondo nuovo", quotidiano che, iniziate le pubblicazioni il 27 febbraio, viene più volte chiuso dalla polizia borbonica, e ripubblicato con altri titoli: "Un altro mondo", "Il Finimondo", "Così va il mondo" (si vedano le digitalizzazioni di questa testata nella banca dati GiSID - Giornali Storici in Digitale). Da quanto pubblicato in uno dei primi numeri, si comprende il motivo:

Lo scopo del nostro giornaletto è quello esclusivamente di levar la maschera ai tristi, ed in particolare a quelli che trovansi in cariche o ad esse vengano promossi; di censurare insomma quanto fassi di male e ciò pel solo bene del nostro paese. Rimandiamo a tal fine tutti coloro che bramano esser lodati all'Omnibus, alla Costituzione e ad altri simili giornaloni, che presso noi non v'ha posto per essi.

(Avviso, "Mondo vecchio e mondo nuovo", 1 marzo 1948, p. 16)

Sebbene il giornale non avesse un vero e proprio direttore e la maggior parte degli articoli venisse firmato collettivamente da I tredici, Petruccelli fu considerato il principale responsabile e nel maggio 1848 appare sul giornale la seguente dichiarazione:

Si avverte il pubblico che inutilmente e persone e reclami si dirigono al sig. Petruccelli. Egli non è direttore del giornale quindi non può, non deve, né vuole ingerirsene per alcun modo. Chi ha reclami da mandare, dalle province li spedisca franchi all'uffìzio del giornale, ovvero alla tipografia; chi poi vuol dire qualche cosa ai Tredici lo metta in iscritto, lo suggelli e lo lasci alla tipografia stessa.

Se i Tredici il crederanno opportuno faranno menzione dell'articolo lasciato o daranno una risposta.

Il domicilio è inviolabile.

(Ci spieghiamo, "Mondo vecchio e mondo nuovo", 11 maggio 1948, p. 260)

Nel frattempo, in aprile, Petruccelli è eletto deputato per il distretto di Melfi nel nuovo Parlamento napoletano: tra i protagonisti dell'insurrezione del 15 maggio 1848, fugge in Calabria, Lucania e Cilento. Qui partecipa all'azione cospirativa antiborbonica, in contatto con Domenico Mauro, Costabile Carducci e Benedetto Musolino. Ricercato dalla polizia, inizia una vita da esule e nel settembre del 1849 si imbarca per la Francia. Pur essendo stato nuovamente eletto deputato nelle elezioni di giugno, reputa poco affidabile confidare nell'immunità parlamentare: il 4 febbraio 1853 viene infatti condannato in contumacia dalla Gran corte speciale di Calabria citeriore insieme ai capi rivoluzionari Giuseppe Ricciardi, Musolino e Mauro, perdendo il suo patrimonio.

Nel 1850 la tipografia Moretti di Genova pubblica La rivoluzione di Napoli nel 1848.

A Parigi Petruccelli si fregia del titolo di barone della Gattina, partecipa al tentativo dei repubblicani di resistere con le armi al colpo di Stato perpetrato il 2 dicembre 1851 dal principe-presidente Luigi Napoleone ed è per questo costretto a riparare a Londra, dove frequenta Giuseppe Mazzini e collabora con giornali come il "Daily Telegraph" e il "Daily News".

Tornato a Parigi, stringe amicizia con Daniele Manin, avvicinandosi a esponenti dell'intellettualità repubblicana francese e continuando la sua attività pubblicistica per la "Presse", il "Journal des débats", il "Journal de Paris" e diversi altri.

Nel 1860 viene espulso dalla Francia perché il suo nome fu associato alla pubblicazione del contenuto di una lettera di Vittorio Emanuele II a Napoleone III. L'episodio, riportato da Giuseppe Fonterossi, (Ferdinando Petruccelli della Gattina e la fortuna de' "Moribondi", in Petruccelli 1960, p. IX-XII) è descritto dallo stesso Petruccelli in un articolo sul "Fanfulla della domenica" in occasione dell'elezione di Jules Grévy alla Presidenza della Repubblica francese (Ricordi dell'esilio. Giulio Grévy, "Fanfulla della domenica", 27 luglio 1879, p. 1-2. Copia digitalizzata di questo giornale è disponibile presso l'Emeroteca digitale della Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea).

Ripara nuovamente a Londra, ma nel maggio rientra in Italia:

Lo sbarco di Garibaldi a Marsala venne a portarmi a Londra la notizia che gli anni deliziosi dell'esilio involontario, e del sequestro dei miei beni, erano passati! Oh l'esilio, l'esilio! Per molti degli emigrati, e per me, esso non cominciò che al ritorno in patria, quando non ci trovammo più in armonia con la coscienza pubblica cangiata.

(Ivi, p. 2)

Torna quindi a Napoli nel 1860, con un incarico di collaborazione con Alexandre Dumas per redigere una storia della spedizione dei Mille e condurre ricerche sui fratelli Bandiera.

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2. Petruccelli deputato

Nel gennaio 1861 viene eletto deputato al primo Parlamento del Regno d'Italia per il collegio di Brienza: a Palazzo Carignano, sede prima del Parlamento Subalpino e poi di quello del Regno d'Italia fino al 1865, occupa i banchi dell'estrema sinistra, legandosi a radicali e repubblicani.

Oppositore di Cavour, si occupa in più occasioni della questione romana (Camera dei Deputati del Regno, Discussioni, Legislatura VIII, sessione del 1861, tornata del 26 marzo 1861, p. 311-312; Id., Discussioni, Legislatura VIII, sessione del 1861, tornata del 6 dicembre 1861, p. 171-178).

Dalla raccolta delle corrispondenze con "La Presse" nasce la raccolta I moribondi del Palazzo Carignano, che viene pubblicata a Milano da Perelli nel 1862: vi si trova una galleria dei deputati del nuovo Regno d'Italia dai toni aspramente sarcastici. Questo volume, pur non essendo propriamente un romanzo, inaugura la stagione del romanzo parlamentare (si veda a questo proposito l'articolo inaugurale della presente rubrica):

Non si tratta evidentemente di un romanzo, ma l'operazione di satira pittoresca nei confronti della neonata classe politica italiana fa talmente breccia sul pubblico da generare una tradizione di testi autonoma, incentrata su divertite descrizioni di luoghi e volti del demi-monde post-unitario, a cui i futuri romanzieri parlamentari dovettero ispirarsi non poco.

Vincenzo Pernice, Il romanzo parlamentare nell'Italia tra otto e novecento, "Bibliomanie", (gennaio/aprile 2015), n. 38

Prima della fine della legislatura torna a Parigi, dedicandosi all'attività pubblicistica e letteraria: pubblica numerosi saggi storici intorno al Papato, affrontando la vicenda dei conclavi (Histoire diplomatique des conclaves, 4 voll., Paris, A. Lacroix, Verboeckhoven et C, 1864-66), la vita di Pio IX (Pie IX, sa vie, son règne, l'homme, le prince, le pape. Bruxelles, A. Lacroix, Verboeckhoven et C1866), il Concilio vaticano I (Il Concilio, Milano, Treves, 1870), svoltosi fra dicembre 1869 e ottobre 1870.

Nel 1867 aveva pubblicato a Parigi Les mémoires de Judas, che tradusse e pubblicò a Milano per Treves nel 1870 (Memorie di Giuda): in piena questione romana, scatena con questo romanzo le ire del mondo clericale.

Corrispondente durante la terza guerra d'indipendenza per il "Journal des débats", nel 1868 aveva sposato la scrittrice inglese Maude Paley Baronet.

Nel 1870 invia alla "Gazzetta d'Italia" dei resoconti sugli avvenimenti della Comune di Parigi: per le sue opinioni viene nuovamente espulso dalla Francia su ordine di Adolphe Thiers, da metà febbraio 1871 capo del potere esecutivo della terza Repubblica francese. Nello stesso 1871 esce a Milano, per Legros Felice Gli incendiari della Comune.

L'elezione nell'XI legislatura per il collegio di Acerenza viene annullata dalla Giunta per le elezioni (si veda Camera dei Deputati del Regno, Discussioni. XI Legislatura, sessione del 1870, tornata del 21 dicembre 1870, p. 120).

Rieletto per le successive tre legislature per il collegio di Teggiano, è corrispondente da Montecitorio per il "Pungolo" di Napoli (la testata è consultabile nella banca dati GiSID - Giornali Storici in Digitale) e critica sia la politica di Minghetti che quella di Depretis, schierandosi a favore di Crispi e Cairoli.

Alla Camera partecipa nel 1877 alla discussione sull'istruzione obbligatoria (Camera dei Deputati del Regno, Discussioni. XIII Legislatura, sessione del 1876-77, tornata del 5 marzo 1877, p. 1808-1811); intervenuto più volte sulla questione delle relazioni estere, nel 1879 svolge un'interrogazione al presidente del Consiglio sopra i criteri che guidano il Gabinetto nelle relazioni estere (Camera dei Deputati del Regno, Discussioni. XIII Legislatura, sessione del 1878-79, tornata del 30 gennaio 1879, p. 3780-3785).

Negli anni Ottanta pubblica Il conte di Saint-Christ. Memorie del colpo di Stato del 1851 a Parigi (Milano, Tipografia editrice lombarda, 1880); I fattori e i malfattori della politica europea contemporanea (Milano, A. Brigola 1881-84); Storia d'Italia dal 1866 al 1880. Demolizioni, rabberci, disinganni. Continuazione della storia dell'idea italiana (Napoli, Pasquale, 1882).

Affetto da emiparesi a causa di un colpo apoplettico, trascorre gli ultimi anni di vita fra Londra e Parigi, dove, ormai cieco, muore il 29 marzo 1890: per sua espressa volontà le sue ceneri vengono trasportate a Londra.

Così venne commemorato dall'Assemblea di Montecitorio:

Rinaldi Antonio. [...] È giusto, pare a me, che la Camera italiana ricordi con onore questo carattere indomabile e fiero, sdegnoso di tutto ciò che non gli paresse giusto, non curante dei favori e degli arbitrii; e che non solo coi libri, ma dalla tribuna parlamentare e su per i giornali sostenne sempre virilmente i principii di libertà, morendo in condizioni di non lieta fortuna su terra straniera, e potendosi dire di lui, come dell'Alfieri disse il Leopardi:

Disdegnando e fremendo, immacolata

Trasse la vita intera.

[...] Zanardelli, ministro di grazia e giustizia. Anch'io fui collega dell'onorevole Petruccelli della Gattina nei giorni in cui con ardente costanza sosteneva in questa Camera i principii della libertà e della democrazia. Perciò di tutto cuore mi associo alle parole del mio amico Rinaldi, e nessuno di noi potrà dimenticare il vigoroso polemista, il quale, prima ancora d'essersi illustrato nel giornalismo italiano e straniero, si era mostrato ardimentoso patriota nei Parlamenti della Rivoluzione, e nelle stesse celebri barricate del 15 maggio; avendo così dimostrato che ad ogni prova il suo patriottismo era temprato, e fino al giorno della sua morte rimase indomito sulla breccia a combattere per la patria o per la libertà.

(Camera dei Deputati del Regno, Discussioni. Legislatura XVI, 4a sessione, tornata del 24 aprile 1890, p. 2244)

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3. I moribondi del Palazzo Carignano

Come accennato sopra, l'opera che inaugura la stagione del Romanzo parlamentare, I moribondi del Palazzo Carignano, raccoglie, tradotte e rielaborate dall'autore stesso, le dieci lettere inviate nel 1861 dal Petruccelli a "La Presse" (il quotidiano è integralmente consultabile su Gallica - biblioteca digitale della Biblioteca Nazionale francese) per «far conoscere ai francesi, nei loro principi politici e nell'azione parlamentare, i personaggi che, dopo tante vicende, avventurose o gloriose, rappresentavano finalmente il Paese nella Camera dei deputati dell'Italia almeno spiritualmente già tutta unita» (G. Fonterossi, cit., p. XX-XXI). Alle lettere il Petruccelli aggiunge due Hors-d'oeuvre a mo' di introduzione e un capitolo finale dedicato al centro della Camera: pubblicato, come abbiamo detto, a Milano nel 1862 ebbe vasta fortuna e fu ripubblicato senza autorizzazione con diversi titoli (ivi, p. XLI).

Nella prima introduzione traccia un breve ritratto di sé stesso:

Egli è bene restato una dozzina d'anni in esilio, i suoi beni furono sequestrati, i suoi parenti cacciati in prigione, la sua casa ridotta ad albergo di sbirri e gendarmi, la sua fortuna minata; egli lottò bene e senza posa della penna e della parola contro il sovrano del suo paese.... ma e' non si credette giammai abbastanza martire per domandare un posto nel paradiso del Bilancio, quando i martiri invadevano la patria come gl'insetti invadono i cenci del mendicante. Appena se lo nominarono deputato.

- Che razza d'uomo è dunque codesto vostro vicino? domandò un signore della compagnia.

- Veramente non è della pasta comune, risponde il grosso cicalone. Lo si direbbe fiero, ma io lo credo piuttosto un po' timido. Non parla che con le persone che conosce. Un profondo sentimento del vero e della giustizia lo rende sarcastico e bilioso. Veramente affettivo, e perciò soggetto ad antipatie subite, a vive simpatie, all'entusiasmo ed alla collera. [...] Si accende subito, ma sa dominarsi. Alla Camera parla poco - nelle sue discussioni fogose e drammatiche. È indipendente e burbero. In fondo, affettuoso, uomo semplice, buon figliuolo, ma che ha dell'humour - come un inglese.

(Petruccelli 1960, p. 3-4)

Nella seconda dichiara lo scopo della pubblicazione in Italia:

Questo libro resta, da prima, come lavoro storico per quanto minima sia la sua importanza. Io poi ho avuto cura, principalmente tratteggiando questi abbozzi, di mirare a due scopi.

Indicare, cioè, coloro che possono essere eliminati dalle novelle assemblee d'Italia, senza il minimo inconveniente, anzi, forse, con una incontestabile utilità. Poi ho rivelati coloro i quali, in ogni tempo, faranno parte della rappresentanza italiana, di cui sono l'onore, la gloria, l'ingegno.

La prima pubblicazione era indirizzata principalmente all'Europa, onde insegnarle che, nel primo Parlamento italiano eranvi degli uomini all'altezza di tutti gli altri Parlamenti. Con questa seconda pubblicazione, io voglio segnalare all'Italia la portata dei rappresentanti, affinché essa possa, nelle elezioni posteriori, avere un criterio alla sua scelta. Per l'Europa, io scrissi da Italiano: per l'Italia, scrivo da patriota.

(Ivi, p. 34-35)

Inizia poi una carrellata sulla composizione della Camera nella VIII legislatura: numero, provenienza, caratteristiche dei deputati dei gruppi. Così descrive Cavour, capo del Governo, «tratto di unione tra sir Robert Peel e Macchiavello» (Ivi, p. 68):

il conte di Cavour si tiene in Parlamento assolutamente come se la sinistra non esistesse, come se egli fosse nel suo salone, in mezzo dei suoi famigliari - sopratutto quando si annoja. [...]

Il conte di Cavour non è un oratore nel senso francese, egli lo è piuttosto nel senso inglese.

Egli ha la parola difficile, perocchè e' non vuol dire una parola di troppo, una parola la quale non abbia la portata ch'egli vuol darle. Egli non parla per la Camera, ma per l'Europa. Egli ha un ragionamento serrato, sostanziale, lucido; tocca il cuore della quistione; e se non ha sempre ragione, egli non cade mai nella trivialità e nei nonsensi.

Conchiudo.- Il diplomatico è un gigante; l'amministratore, mediocre; l'uomo, un antitesi. Con lui non si resta giammai in un'attitudine indeterminata: gli si ubbidisce o gli si addiviene

ribelle. E' non lascia menarsi dai suoi amici, non conta i suoi amici. È il pensiero d'Italia, all'estero; all'interno, ne è il cuore. Egli è l'anima sempre del Gabinetto, che in lui s'identifica, s'illusa, direbbe Dante.

(Ivi, p. 70-73)

Così presenta il «terzo partito»:

Il terzo partito è una frazione della sinistra; esso stesso frazionato in quattro gradazioni di colore diverso. Contrariamente alla natura delle cose miste, le quali in generale non sono né carne né pesce, il terzo partito vuol essere ad una volta pesce e carne. Esso non vuole rendersi impossibile, se l'occasione si presenta, di andare al potere col conte di Cavour o col barone Ricasoli; e nel caso opposto, esso vuol tenersi pronto per tutti gli avvenimenti.

Il programma del terzo partito non differisce da quello del Gabinetto attuale - ossia del Gabinetto conservatore - che per dettagli di metodo e tempo, i quali non cangiano in nulla la fisonomia generale della politica.

[...] Il terzo partito non isdegna le alleanze; ma esso vuole una buona amicizia con tutti ed esser vassallo di nessuno. Ecco il programma di Depretis, uno dei capi principali del partito - programma che avrà probabilmente colorato ed accentuato un po' più, ora che passa per duce della sinistra.

Il marchese Pepoli vi aggiunge il suffragio universale e l'alleanza offensiva e difensiva con la Francia. Il generale Lamarmora ne toglie via il mobilizzamento della guardia cittadina. E Rattazzi addolcisce tutto ciò con quel tatto che danno la pratica e la comprensione degli affari.

Voi vedete che il terzo partito non ha nulla inventato, e sopra tutto, che esso non è affatto rivoluzionario - grazie a Dio! Io vi ho indicato così i quattro uomini che formano le quattro gradazioni di tinte di questo partito.

(Ivi, p. 121-123)

E la sinistra:

Ora, in avanti la sinistra; ed eccoci in piena sinistra. A vero dire, io mi sento un poco imbarazzato per cominciare e per classificare questo esercito di generali senza soldati, questi capi di partito senza partiti.

[...] La sinistra, e l'estrema sinistra, presentano le varietà seguenti: Garibaldini, Mazziniani, repubblicani, federalisti, oltramontani, autonomi, liberali, indipendenti e dipendenti, misteriosi, indecisi, queglino che portano il broncio, gli esploratori del campo nemico, gli uccelli di passaggio, gli smarriti per via, scettici, dottrinari, pretendenti. Io potrei aggiungere ancora altre tinte, ma credo che ciò basti. Notate, che questi deputati sono qualche cosa per sè stessi, che essi han rappresentato tutti una parte o parecchie parti nel passato, e che non hanno abdicato il loro avvenire. In questo lato si vede, si pensa, si vive, si freme, si lotta, si discute furiosamente si dà la baia, si strepita - si combatte al bisogno.

[...] Lo scopo della sinistra, comune a quasi tutte le sue gradazioni di partiti, gli è di rovesciare il Ministero poco curandosi di ciò che possa seguirne.

(Ivi, p. 187-188)

Nel congedarsi, invocando nuove elezioni, riconosce al Parlamento di aver espresso l'unità del paese:

Però questo Parlamento fece il suo compito, e largamente. Esso lascia un marchio.

In Italia esso esprime l'unità; fuori, l'unità e la rivoluzione. Il Parlamento è il cuore che palpita ed indica in Europa che l'Italia una vive, pensa, parla, vuole, ed è pronta ad agire. Se il Parlamento italiano non esistesse, l'Italia una, per l'Europa, sarebbe un'utopia, un sogno, e forse un attentato da cospiratori.

[...] Per l'Europa l'Italia si concentra in due fuochi: nel Parlamento - un'incognita da cui la crudeltà dei tempi può tirar fuori Dio sa che - ed in Garibaldi - non l'uomo della logica, della ragione, della convenienza, ma del destino - forza selvaggia di una natura concentrata per quattro secoli - l'Italia! Il Parlamento è per l'Europa un vulcano, una negazione terribile, delle basi cui essa credeva riposare. Il Parlamento ha attestato il suo dritto su Roma e su Venezia. Ed a Venezia e' rappresenta la negazione dell'Impero; a Roma, quella del papato - vale a dire il rovesciamento del dritto che per quattordici secoli servì di ritmo alla vita di Europa. [...] La tenace temperanza stessa, la pazienza, la ipocrisia del nostro Parlamento sconvolge l'animo delle potenze. [...] Essi veggono un fantasima che leva il capo e sormonta la cima delle Alpi, e si domandano: che vuole costui in definitivo? dove andrà? E lo spettro di Roma - delle due Rome forse - di quella di Cesare e di quella di Gregorio VII - sembra risorgere minaccioso.

(Ivi, p. 214-216)

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4. Riferimenti e approfondimenti bibliografici

Nell'articolo sono citati per esteso solo i testi non compresi nel percorso bibliografico.

Ferdinando Petruccelli della Gattina. Percorso bibliografico nelle collezioni del Polo Bibliotecario Parlamentare e nelle risorse online.

Si suggerisce inoltre la ricerca nelle banche dati consultabili dalle postazioni pubbliche delle due biblioteche.

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